In ascolto dell’icona – n.8

Icona dell’Ultima Cena

 

Gesù con i dodici sta celebrando la cena pasquale ebraica, l’ultima prima della sua passione, morte e resurrezione. E’ l’occasione per lasciare il suo testamento spirituale a chi lo ha seguito per tre anni nella sua predicazione e per dare inizio alla nuova liturgia eucaristica di cui gli apostoli e i loro successori saranno i ministri adempiendo al suo comando di rendere ogni giorno attuale i gesti che sta compiendo e le parole che sta pronunciando: “Fate questo in memoria di me”. Il pane e calice di vino presenti sulla tavola diventeranno il corpo e il sangue di Gesù, che si offre in sacrificio per la salvezza dell’umanità.
La scena si svolge nel cenacolo, una stanza al piano superiore secondo i vangeli, particolare che l’icona ricorda raffigurando un pavimento sorretto da pilastri sotto i piedi di Gesù. Secondo la tradizione il cenacolo è sul monte Sion e al piano terra vi è sepolto il re Davide, unica tomba con quella della profetessa Culda (2 Re 22,14) all’interno delle mura della città Santa.
Il tavolo, o meglio l’altare, è rotondo per esprimere la comunione cui sono chiamati coloro che vi si accostano. E’ di legno come lo sarà la croce. Occupa il centro dell’icona perché è il “personaggio” principale, Gesù infatti è nello stesso tempo sacerdote, vittima e altare come affermano i Padri: “Che cosa è l’altare di Cristo se non l’immagine del Corpo di Cristo?.. L’altare è l’immagine del Corpo [di Cristo], e il Corpo di Cristo sta sull’altare” ( sant’Ambrogio, Sui Sacramenti)
 

Gesù ha desiderato ardentemente mangiare la Pasqua con i suoi discepoli perché sa che la sua ora è arrivata e che l’impero delle tenebre, raffigurato dalle vesti nere, si servirà di uno dei dodici, Giuda Iscariota, per mettere fine alla sua vita attraverso un tradimento.
E’ questo il momento narrato dal Vangelo di Giovanni: “… Gesù si commosse profondamente e dichiarò: «In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà». I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: «Di’, chi è colui a cui si riferisce?». Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». Rispose allora Gesù: «È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò». E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone. E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: «Quello che devi fare fallo al più presto». Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo; alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte.” Gv 13,21-30.

 
Giovanni con il capo reclinato sul petto di Gesù obbedisce al gesto che Pietro, preoccupato e triste per quello che ha appena sentito, fa con la mano e domanda a Gesù chi sia il traditore. Di fianco a Pietro c’è l’unico altro apostolo con gli occhi aperti. Non può essere che Giacomo. Pietro, Giacomo e Giovanni sono stati infatti quelli che Gesù ha voluto fossero i soli testimoni della sua trasfigurazione e della resurrezione della figlia di Giairo e saranno quelli che chiamerà vicino a sé nel Getsemani perché lo sostengano nel momento più difficile.

 
 

Giuda, anche lui al centro della scena, non aspetta che sia Gesù a offrirgli il boccone, mette la mano nel calice con avidità. E’ vestito di colori sgargianti per indicare che ama le apparenze e si nasconde dietro ad esse. E’ rappresentato di profilo con i capelli rossicci, tratti distintivi dei malvagi secondo la tradizione bizantina.
Vale la pena di ricordare quello che scrive sant’Agostino nei suoi discorsi riferendosi al tradimento di Giuda: “Non fu consegnato [alla morte] contro sua voglia: non sarebbe stato crocifisso se non si fosse consegnato liberamente. E se fu Giuda a consegnarlo, lo consegnò perché lui voleva, sicché a Giuda non va attribuito il merito di quanto voluto da Cristo, ma gli spetta solo la condanna per la sua cupidigia. Nel tradire il Signore infatti non aveva in mente la nostra salvezza ma la sua avarizia e la sua perfidia. Fu infatti Giuda a consegnare Cristo, ma anche Cristo consegnò se stesso, e il Padre di Cristo lo consegnò. Apparentemente tutti fecero la stessa cosa. Fecero la stessa cosa ma non la fecero con la stessa intenzione. Il Padre consegnò il Figlio per misericordia, il Figlio si consegnò parimenti per misericordia, Giuda consegnò il Maestro per la sua perfidia. Nel fatto di consegnare sembra che non ci sia alcuna differenza, ma c’è molta differenza tra la misericordia e la perfidia. In che senso lo consegnò il Padre? Ascolta l’Apostolo: Egli non risparmiò il suo proprio Figlio ma per tutti noi lo consegnò. E il Figlio in che senso si consegnò? È ancora l’Apostolo che del Signore afferma: Egli mi ha amato e ha dato se stesso per me: ossia consegnò questa carne per essere uccisa, affinché tu non avessi da temere per la tua carne.”

 

Gli altri apostoli, come nell’icona dell’entrata di Gesù a Gerusalemme, sono raffigurati con gli occhi vuoti. Sono presenti con il corpo, si domandano l’un l’altro chi sarà il traditore, ma non capiscono in profondità quello che sta succedendo. Anche noi in molte occasioni corriamo il rischio di essere simili a loro: partecipiamo alle liturgie e ascoltiamo la Parola ma non siamo realmente presenti con la nostra esistenza. I nostri pensieri ci assorbono e lo Spirito Santo, che ci viene trasmesso, facilmente scivola via senza che lo accogliamo.
Gesù però ci ama al di là delle nostre mancanze e debolezze e ci offre in continuazione la possibilità di convertirci.
Per finire un pensiero riconoscente e affettuoso ai nostri e a tutti i sacerdoti, il cui ministero istituito inizia appunto nell’ Ultima Cena. Sono loro che ci danno la possibilità di nutrirci del Corpo e del Sangue del Signore. Le parole della consacrazione che recitano “In persona Christi” fanno presente la reale offerta della loro vita per la nostra salvezza.salvezza.

 

Paolo Matacchioni

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