In ascolto dell’icona – n.1

L’Icona Bizantina: Il visibile dell’invisibile

 

Se chiediamo ad un ragazzo cosa si intende per Icona probabilmente ci risponde che è una piccola immagine sui cellulari o sui Pc con cui è possibile avviare un’applicazione o un programma. La risposta è in un certo senso valida anche per le icone bizantine, sono immagini che ci mettono in contatto con la realtà soprannaturale di Dio. L’icona è quindi un ponte fra l’umano e il divino, ci proietta nell’eternità e ci permette di contemplare i misteri della vita di Cristo, di Maria e dei Santi rendendo visibile l’invisibile.
Il suo scopo fondamentale è aiutare il credente a raggiungere la pienezza della fede: “La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono” (Eb 11,1), condurlo a realizzare il desiderio più profondo di ogni uomo “Di te ha detto il mio cuore: «Cercate il suo volto»; il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto” (Sal 26,8) ben sapendo che “finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non in visione” (2 Cor 5,6-7).
L’iconografia cristiana, a differenza del popolo ebraico che ha il divieto esplicito “Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra” (Es 20,4), trova la sua ragione sulla risposta che Gesù nell’ultima cena dà a Filippo che gli chiede di mostrargli il Padre: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9). Le icone si fondano quindi sull’incarnazione e la rappresentano perché Dio ha scelto di manifestarsi all’uomo tramite l’uomo-Dio Gesù Cristo, infatti “Egli è immagine del Dio invisibile” (Col 1,15).
 

Davanti all’icona non si è spettatori, lo sguardo di Cristo, di Maria, dei Santi ci interpella e ci invita a partecipare con la nostra vita a quello che vediamo, ad entrare da protagonisti nella salvezza che annuncia. La mancanza della profondità, che si nota subito se si confronta un’icona con un quadro rinascimentale, indica proprio che il punto di fuga prospettico è dato dal fedele che la osserva. E’ lui che occupa il centro dello spazio ed è a lui che i personaggi si rivolgono.

 
Guardare un’icona è come ascoltare la Parola di Dio, il fedele è invitato a baciarla come il sacerdote bacia il vangelo dopo che lo ha proclamato.
La vita per le icone non è stata sempre tranquilla. A partire dal 726 fino all’ 843 il movimento iconoclasta, che ha avuto quasi sempre nei sovrani bizantini i maggiori sostenitori,
si è adoperato per distruggere con violente persecuzioni le icone e i monasteri dove venivano create, in nome di una presunta idolatria insita nell’adorare un oggetto al posto di Dio. La distinzione fra adorazione, dovuta a Dio solo, e venerazione, possibile anche per le immagini, diede la soluzione per uscire dalla crisi.

 

Dipingere, o meglio “scrivere”, un’icona non è un compito facile. E’ necessaria una fede profonda, una sapienza teologica e il rispetto del canone (insieme di regole) che la tradizione ha distillato nel corso dei secoli per arrivare ad avere una sempre più profonda conoscenza e consapevolezza dell’agire di Dio nella storia e nella nostra vita: “Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi” (Ef 1,18). Gli atteggiamenti, le posizioni , i colori e le proporzioni dei soggetti e la loro disposizione non sono mai casuali, l’icona è il frutto di una riflessione teologica che comporta la meditazione della scrittura, degli inni liturgici e degli scritti dei padri e dei concili. Non si può personalizzare a piacere l’icona.

 

Prima di dipingere bisogna pregare, meditare, digiunare per entrare in contatto con il mistero che si raffigura. La prima icona con cui si deve cimentare chi inizia a dipingere è quella della Trasfigurazione, il suo compito è di far apparire la gloria divina di Cristo per chi la osserva.
Nella nostra chiesa per motivi di spazio non è stato possibile inserire l’icona della Trasfigurazione che vediamo comunque qui raffigurata.

 

Nella tradizione ortodossa russa ogni casa ha il suo “angolo bello”, illuminato da un lucerniere e profumato con l’incenso dove sono esposte le icone. Esse vengono “salutate” ogni mattina da chi ci vive. Gli eventuali visitatori, prima di salutare gli abitanti della casa, si rivolgono alle icone. Durante la notte vengono coperte da un panno di lino candido a ricordare il sudario che ha avvolto il corpo di Gesù. Costituiscono in un certo senso per la casa quello che è il tabernacolo per la Chiesa, il luogo dove è custodita la presenza reale di Gesù (il tabernacolo) e il luogo destinato alla comunione con Dio della
famiglia tramite la preghiera (l’angolo bello).

 

Paolo Matacchioni

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