In ascolto dell’icona – n.11

Icona della Anastasis

 

L’ icona della discesa agli inferi, o meglio Anastasis (termine greco che indica la risurrezione) è quella che rappresenta per gli orientali la vittoria di Gesù Cristo sulla morte.
Il Credo apostolico così recita: “Io credo in Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra. E in Gesù Cristo, Suo unico Figlio, nostro Signore, il quale fu concepito di Spirito Santo nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, mori e fu sepolto; discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte; salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente: di là verrà a giudicare i vivi e i morti. Credo nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna”.
Gesù al centro in vesti splendenti e svolazzanti è disceso agli inferi per liberare gli antichi patriarchi prigionieri a causa del peccato per portarli in cielo al cospetto del Padre.
E’ il momento in cui, dopo la discesa, Gesù prende lo slancio per risalire. Afferra Adamo, vestito di verde per significare il perdono dei peccati, e con lui tutta l’umanità, per il polso in modo da avere una presa sicura, alla destra Eva, vestita di rosso per significare la natura umana, ha la mano coperta per ricordare che il peccato è entrato nel mondo cogliendo il frutto che Dio aveva proibito di toccare.
Gesù è inserito in tre cerchi che rappresentano di solito la Gloria di Dio e le sfere celesti ma che qui possono significare il cielo da dove è venuto e a cui farà ritorno, la terra dove si è incarnato e ha svolto la sua missione e gli inferi in cui è disceso per portare a compimento la salvezza.

Sotto i suoi piedi si intravedono le porte degli inferi divelte e i sepolcri aperti: Gesù ha distrutto il regno del diavolo che non ha potuto opporsi alla sua forza travolgente. Al momento della sua morte”… la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono …” Mt 27,52.
Anche Dante, nella Divina Commedia, inizia il suo viaggio negli inferi la sera del venerdì santo e parla della “grande ruina” che si è abbattuta nel regno delle tenebre.
Sulla sinistra vediamo il gruppo dei profeti. Il re Davide e il re Salomone suo figlio (la casa di Davide) indicano il vero “Figlio di Davide”, come è stato fatto conoscere a tutto Israele da Giovanni il Battista che sta di fianco a loro. In alto c’è il profeta Daniele, individuabile per il copricapo babilonese e un altro profeta non riconoscibile, probabilmente Elia, per significare tutti quelli che hanno annunziato il Messia anche a prezzo molto spesso della loro vita. La montagna sopra di loro ha due cime come le due nature di Gesù, umana e divina.
L’ aureola di Gesù è splendente, dal suo capo escono dei raggi di luce. Alla sua destra vi sono i patriarchi. Si riconoscono Mosè con le tavole della legge, Abramo con il volto rugoso di un vecchio, e Noè la cui veste ricorda l’arcobaleno che appare dopo il Diluvio come segno dell’alleanza di Dio con l’umanità rappresentata dai tre personaggi più in alto, probabilmente i figli di Noè che hanno ripopolato la terra.

 

Gesù non perde l’occasione per esercitare la sua misericordia, “Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto (Lc 19,10) come anche afferma l’apostolo Pietro: “E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione; essi avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua.” 1 Pt 3,19-20.
La montagna sulla destra ha tre cime per ricordare le tre persone della SS. Trinità.
Il “Benedictus” di Zaccaria ci spiega il significato della scena. Cristo realizza le promesse di Dio al suo popolo:
“Benedetto il Signore, Dio di Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo e ha suscitato per noi una salvezza potente nella casa di Davide suo servo, come aveva promesso per bocca dei suoi santi profeti di un tempo, salvezza dai nostri nemici e dalle mani di quanti ci odiano; così Egli ha concesso misericordia ai nostri padri e si è ricordato della sua Santa Alleanza, del giuramento fatto ad Abramo nostro padre di concederci, liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore in santità e giustizia al suo cospetto per tutti i nostri giorni.
E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo, perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade, per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati, grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge ,per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace.” (Lc 1,68-79)

 

Nel mosaico dell’Anastasi della Basilica di San Marco a Venezia è raffigurato anche il demonio, il nostro nemico, che cerca di trattenere con la mano il piede di Adamo per evitare che gli sia portato via.
Gesù, il Messia, come ha già fatto nel battesimo, scende nel punto più basso per cercare la sua creatura che si è perduta. Ripete la domanda già fatta nel giardino dell’Eden: “Adamo, dove sei?”. Cui seguita la risposta: “Ho avuto paura e mi sono nascosto”. Quante volte anche noi ci nascondiamo, non vogliamo venire alla luce perché le nostre opere non sono buone. Ma il salmo 138 così presenta la nostra vita: “Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri, mi scruti quando cammino e quando riposo. Ti sono note tutte le mie vie; la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta. Alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano. Stupenda per me la tua saggezza, troppo alta, e io non la comprendo. Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra. Se dico: «Almeno l’oscurità mi copra e intorno a me sia la notte»; nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno; per te le tenebre sono come luce.”

 

Anche oggi il Signore ci tende la mano per strapparci dalle nostre morti. Abbiamo fede in Lui.
“Amo il Signore perché ascolta il grido della mia preghiera. Verso di me ha teso l’orecchio nel giorno in cui lo invocavo. Mi stringevano funi di morte, ero preso nei lacci degli inferi. Mi opprimevano tristezza e angoscia e ho invocato il nome del Signore: «Ti prego, Signore, salvami».” Sal 116,1-4

 

Paolo Matacchioni