In ascolto dell’icona – n.16

Icona del Pantocrator

 

La nascita di Gesù Cristo è il momento centrale della storia umana a tal punto che costituisce l’origine del tempo che si divide in prima e dopo la Sua venuta. Anche per lo spazio vale qualcosa di simile, e qui il primo riferimento è all’inizio della Genesi: “Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato” Gen 2,8. In seguito al peccato gli uomini abbandonano il paradiso terrestre e vogliono costruire la torre di Babele, un mondo senza Dio: “Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono… Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra»” Gen 11,2.4. Vengono però disorientati nei loro piani e si ritrovano in preda alla confusione, mantenendo però il ricordo della presenza di Dio a Oriente, da li verrà la salvezza. E’ per questo che per molti secoli le chiese sono state “orientate”, con l’abside e l’altare rivolti a Est, dove sorge il sole, in attesa della seconda venuta di Cristo. E’ questo il senso dell’icona del Pantocrator, l’Onnipotente, il punto di arrivo della storia umana, il cui ritorno è atteso con amore e speranza dai fedeli durante le liturgie: Maranatha, Signore vieni!
L’icona, posta sopra la presidenza, è un evidente richiamo al presbitero che celebra la liturgia in “persona Christi”. L’assemblea vede tramite lui il suo capo: “Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa, la quale è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose.” Ef 1,22-23.

 

Ma la liturgia avrà il suo compimento quando Gesù, il Messia, tornerà alla fine dei tempi nella gloria per giudicare il mondo. Gesù dunque ci viene presentato come seduto in trono, vestito di bianco, il colore della Trasfigurazione e della Pasqua, il colore della veste del nostro battesimo da portare senza macchia per essere ammessi al banchetto celeste. Lascia vedere i segni della passione tramite cui ha salvato gli uomini e dato la prova del suo amore infinito per loro anche quando erano nemici e che per questo le ferite dei chiodi rimangono anche nel corpo del risorto a perenne testimonianza del suo reale sacrificio: “Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!” ( At 2,36 ). E ancora:” Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà; anche quelli che lo trafissero e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto” Ap 1,7.
E’ raffigurato all’interno di tre cerchi sovrapposti ad un quadrato rosso in movimento che ci ricorda il carro di fuoco di Ezechiele (Ez 1,4ss), la Merkavah, che si muove simultaneamente nelle quattro direzioni dello spazio in cui i padri della Chiesa hanno visto un riferimento all’annuncio del Vangelo a tutti gli uomini. Il cerchio blu rappresenta la terra circondata dalla morte, morte che è stata sconfitta da Gesù che, con il suo corpo, unisce la terra al cielo, il cerchio più esterno. Nella iconografia bizantina il Pantocrator ha in mano il Vangelo se il libro è aperto, il libro della vita, in cui sono scritti i nomi di coloro che si salvano, se è chiuso.
La tradizione del popolo ebraico vuole che il giorno del Capodanno (Rosh Hashanah) l’Altissimo apra il libro della vita che contiene tutte le opere di ogni uomo e inizi a giudicare chi è degno della vita eterna scrivendone il nome. Questo giudizio terminerà quando suonerà il corno (shofar) nel giorno dell’espiazione, lo Yom Kippur. Il libro sarà allora sigillato per essere riaperto il capodanno successivo. Ognuno pertanto è invitato a emendare la sua vita, riconciliandosi con chi si è offeso e chiedendo perdono per i propri peccati, nei dieci giorni (i giorni terribili) in cui il libro resta aperto, nella speranza di avere un giudizio favorevole sulle proprie azioni e di avere quindi il proprio nome scritto fra i giusti. Una eco di questa tradizione si ha nella prima predicazione di Giovanni il Battista in cui le folle accorrono per farsi battezzare e gli chiedono come devono comportarsi per una sincera conversione (Lc 3,7-14).

 

Del libro della vita e dei suoi sigilli parla poi l’Apocalisse a proposito del Giudizio finale dell’Agnello su ogni uomo. La frase scritta sulla prima pagina del libro ci indica il messaggio più dirompente del Vangelo, le Beatitudini, e nello stesso tempo quale sarà il metro del giudizio divino: l’amore che avremo donato soprattutto ai nostri nemici sull’esempio di Gesù che ha perdonato e scusato coloro che lo crocefiggevano: “Padre perdonali, perché non sanno quello che fanno” Lc 23,34.
La misericordia di Gesù traspare anche dal suo sguardo. Nell’icona più antica giunta fino a noi, il Cristo Pantocrator del monastero di Santa Caterina del Sinai che è stato il modello principale cui si sono ispirati gli iconografi, le pupille degli occhi hanno dimensioni diverse. La pupilla più grande rappresenta lo sguardo della misericordia, la più piccola quello della giustizia: “Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio.” Gc 2,12-13
La mano destra di Gesù ci benedice con la consueta sottolineatura sulle sue due nature umana e divina rappresentate dall’indice e dal medio accostati e sulla natura trinitaria della divinità rappresentata dal pollice congiunto all’anulare a al mignolo.

 

Le due frasi che leggiamo, “Amate i vostri nemici” e “Vengo presto” ci rimandano ai due comandamenti della vita: “Allora uno degli scribi gli domandò :«Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi».” Mc 28b-31.
L’amore infatti che abbiamo per Dio ci provoca la nostalgia di Lui e il desiderio di incontrarLo faccia a faccia fa dire al nostro spirito: Vieni, come leggiamo nell’Apocalisse “Lo Spirito e la sposa dicono: «Vieni».” Ap 22,17.
La sposa del Cantico dei cantici cerca il suo amato, anche la nostra anima lo cerca, desidera essere con lui, godere della sua presenza che riempie di senso e di gioia la vita: ”Una voce! Il mio diletto! Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline…Ora parla il mio diletto e mi dice: «Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna. Il fico ha messo fuori i primi frutti e le viti fiorite spandono fragranza. Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è leggiadro»….Il mio diletto è per me e io per lui… Prima che spiri la brezza del giorno e si allunghino le ombre, ritorna, o mio diletto” Ct 2,8-17

 

Paolo Matacchioni