In ascolto dell’icona – n.15

Icona della Dormizione

 

Maria, la Teotokòs (Madre di Dio), è giunta al temine della sua vita terrena. Sin dai primi secoli la Chiesa ha voluto celebrare la Dormitio, Koimesis in greco, come la maggiore festa mariana, mutandone poi il nome in Assunzione (attorno all’anno 600) per dare maggior rilievo al suo ingresso in anima e corpo in Paradiso prima fra tutti gli uomini. Per il dogma di fede però si deve attendere il 1 novembre 1950, giorno in cui il papa Pio XII afferma solennemente: «L’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo».
Maria dunque è morta, si è addormentata. E’ interessante notare che la parola cimitero deriva dal greco koimiterion, il luogo dei dormienti. Il suo corpo giace serenamente composto sul catafalco, come in una liturgia funebre, attorniato dagli apostoli, che per l’occasione Maria ha voluto rivedere per l’ultima volta sulla terra.
I vangeli apocrifi raccontano che Maria, mentre si trovava a Gerusalemme, essendo stata avvisata dall’arcangelo Gabriele che era vicina la fine della sua vita terrena, desiderò salutare tutti gli apostoli. Gli angeli, assecondando il suo desiderio, li portarono miracolosamente
in volo al suo cospetto. Tutti tranne il solito Tommaso che arrivò tre giorni dopo la sua morte e volle però ugualmente vedere per l’ultima volta il volto di Maria. Venne quindi aperto il sepolcro in cui era stata posta nel Getsemani e con grande meraviglia al posto del suo corpo vi erano solo le vesti che emanavano un profumo soavissimo.

 

L’icona ci mostra la realtà terrestre nella parte inferiore e quella celeste nella parte superiore.
Il corpo di Maria rappresenta la Chiesa, che, come una nave, ha in Pietro la sua prua, in Paolo la sua poppa e in Gesù l’albero maestro. E’ in questa nave che i cristiani approdano, dopo il viaggio della vita non privo di pericoli, al porto della salvezza eterna: “Ubi ergo Petrus, ibi Ecclesia; ubi Ecclesia, ibi nulla mors, sed vita aeterna” (Dove dunque c’è Pietro, li c’è la Chiesa; dove c’è la Chiesa, li non c’è nessuna morte, ma la vita eterna) S.Ambrogio.

 

Pietro sta officiando la liturgia funebre. I segni sono quelli che saranno usati anche per il nostro funerale. Ha in mano il turibolo con cui incenserà il corpo di Maria, tempio dello Spirito Santo, come anche il nostro corpo con il battesimo lo è diventato. In primo piano sulla sinistra c’è il cero pasquale, Gesù è risorto, ha vinto le tenebre del male e illumina la nostra vita. La comunità degli apostoli, come la comunità cristiana, si stringe attorno a Maria con un sentimento misto di tristezza e gioia. Tristezza, rappresentata dalle lacrime sui loro volti, perché sa che non avrà più la sua presenza fisica, gioia perché è entrata nella gloria senza fine.
Sullo sfondo, dietro al gruppo degli apostoli, si intravede una figura femminile. Probabilmente Maria Maddalena, partecipe di questo momento come lo è stata alla morte e alla resurrezione di Gesù.
Gli apostoli dietro al feretro sono vestiti come monaci, ci ricordano coloro che hanno rinunciato al mondo per abbracciare la vita contemplativa.

 

Gesù viene a prendere l’anima di Maria, rappresentata come un bimbo in fasce, e guarda con dolcezza il corpo di colei che lo ha generato. Dante all’inizio dell’ultimo canto del Paradiso così descrive in versi il mistero di Maria:
“Vergine madre, figlia del tuo figlio
Umile e alta più che creatura
Termine fisso d’etterno consiglio
Tu se’ colei che l’umana natura
Nobilitasti si che ‘l suo fattore
Non disdegnò di farsi sua fattura”
Il Figlio tiene fra le sue braccia la madre come una figlia, in un gesto di amore che ci ricorda come siamo amati anche noi allo stesso modo, sia dal Figlio che dalla nostra madre.

 

Gesù è attorniato dalle schiere angeliche che accolgono in cielo la loro Regina, il cui corpo vestito di bianco immacolato è portato, inserito nelle sfere cosmiche, dai due arcangeli Michele e Gabriele che simboleggiano il vecchio e il nuovo testamento, la storia della salvezza che si è compiuta in Cristo tramite il “Fiat” della vergine Maria.
In molte icone la tradizione bizantina, basandosi su un discorso di san Giovanni Damasceno tratto dai vangeli apocrifi, rappresenta il sommo sacerdote Iefonia che, disapprovando gli onori riservati a Maria, si lancia sul feretro per scagliarlo a terra. Le sue mani però vengono istantaneamente tagliate dall’arcangelo Michele che non permette che il corpo sia in nessun modo profanato. Iefonia, visto l’intervento divino, chiede perdono. Pietro allora lo risana e lo invita a diventare un discepolo.

 

La Dormitio di Maria, che conclude la corona misterica, ci rimanda all’ultima celebrazione liturgica cui presenzieremo con il corpo: il nostro funerale. Come abbiamo già sperimentato in occasione di quello di diversi fratelli, senza retorica possiamo affermare di aver vissuto momenti in cui i cieli si sono aperti, e aldilà dell’umana sofferenza, abbiamo provato una vera gratitudine per il Signore, che tramite la sua Chiesa ci ha accolti con la dignità di figli nel giorno del battesimo, ci ha istruito e fatto conoscere il Suo disegno con l’ascolto della Parola e la catechesi, ci ha alimentati con il suo Santissimo Corpo e Sangue nell’eucaristia, ci ha fatto vivere nella comunione e nella gioia come veri fratelli di un solo Padre, ci ha perdonato i peccati tramite il sacramento della Penitenza e donato con abbondanza lo Spirito Santo in innumerevoli liturgie, ci ha protetti dalle insidie del maligno e rialzati dalle nostre cadute ed infine ci ha promesso di prepararci un posto nella sua casa:
«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l›avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via». Gv 14,1-4

 

Paolo Matacchioni