In ascolto dell’icona – n.14

Icona della Pentecoste

 

La festa di Pentecoste ha la sua origine nella Shavuot ebraica, la festa che celebra la consegna della Torah, la Legge di Dio, a Israele. Si devono contare sette settimane dalla Pasqua (Deut 16,9, Lv 23,15-16), ovvero cinquanta giorni, da cui il nome greco di Pentecoste (cinquantesimo).
Prima di descrivere l’icona è importante capire il senso di questa festa per il popolo ebraico. Come spesso accade significati e ricorrenze si sovrappongono acquistando così una molteplicità di valori. La Pentecoste nasce come festa agricola del raccolto: in questo giorno finisce la mietitura dei cereali iniziata subito dopo la Pasqua. Nella bibbia però troviamo però un senso più profondo, la liberazione del popolo di Israele dall’Egitto ha come obiettivo adorare Dio: “Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. … Ora va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!». Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall’Egitto gli Israeliti?». Rispose: «Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte».” Es 3,7-12. Non basta all’uomo la libertà dall’oppressione fisica, è necessaria anche la libertà spirituale e questa si ottiene solamente servendo Dio e osservando la sua legge evitando così la schiavitù del peccato e delle passioni. Questa nuova condizione di uomini liberi non si ottiene di colpo con un miracolo eclatante (Passaggio del mar Rosso, Resurrezione di Cristo, …) ma con un percorso di purificazione e di maturazione rappresentato appunto dai cinquanta giorni, che gli ebrei hanno l’obbligo di contare sul calendario, nei quali siamo inviati a riflettere sul nostro rapporto personale con Dio e a cercare i segni della Sua presenza anche nelle piccole cose della vita quotidiana senza sprecare, alienandoci in vari modi, il tempo che ci è dato di vivere: ”Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore.” Sal 89,12
Siamo dunque nel giorno di Pentecoste nel Cenacolo, luogo dove a Gerusalemme abitavano gli apostoli con Maria nell’attesa di ricevere il dono dello Spirito che Gesù ha loro preannunciato.
“Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi.” Atti 2,1-3.

 

Maria e gli apostoli sono rappresentati in un semicerchio, seduti per significare che quello che vivono è una condizione stabile. Il richiamo al cerchio, che ritroviamo nelle aureole, è segno della Trinità e della vita divina che non ha inizio ne fine.

 
 
 
 
 
 
 

In mano hanno il rotolo, segno della predicazione. Sul loro capo vi sono le lingue di fuoco segno della presenza dello Spirito Santo come il fuoco del roveto ardente di Mosè. La bibbia ci dice che Mosè era impacciato nella parola e che l’incontro con Dio sul Sinai ha cambiato radicalmente la sua vita: “Mosè disse al Signore: «Mio Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono mai stato prima e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua». Il Signore gli disse: «Chi ha dato una bocca all’uomo o chi lo rende muto o sordo, veggente o cieco? Non sono forse io, il Signore?” Es 4,10-11. Anche gli apostoli, e in particolare Pietro, dopo questa effusione dello Spirito, da timorosi diventano capaci di annunciare in tutte le lingue il Kerygma, l’annuncio della vittoria totale sulla morte che ha conseguito Gesù Cristo e la Sua signoria sull’universo come Kyrios (Signore).

 

Gli Atti degli Apostoli riportano il numero di sedici popoli diversi che ascoltano la predicazione nella loro lingua. Sedici, quattro per quattro, come i punti cardinali, sta a significare la totalità dei popoli che vivono sulla terra, qui rappresentati dal Cosmo, la figura regale che emerge dall’antro nero nella parte inferiore dell’icona.

 

Il mondo intero, immerso nelle tenebre, viene allo scoperto accogliendo la predicazione degli apostoli simboleggiata dai rotoli appoggiati sul nastro tenuto in mano dal re che ci guarda direttamente quasi volesse chiederci se anche noi la abbiamo accolta o siamo ancora prigionieri degli inferi.
Maria, che secondo le parole dell’Angelo è già piena di grazia e della presenza di Dio, è nella posizione più elevata. Con le mani alzate intercede, come del resto continua a fare anche oggi, perché la Chiesa abbia la forza e la possibilità di annunciare il Vangelo e perché ogni uomo sia illuminato dalla luce vera che è entrata nel mondo tramite la sua persona.

 

Il dono dello Spirito è personale, ognuno ha il proprio, come ci ricorda san Paolo, raffigurato anche in questa icona alla destra di Maria non in base alla verità storica ma in grazia della sua chiamata particolare: “A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo… E’ lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo” Ef 4,7-12.
Le aureole di Maria e di tutti gli apostoli, tranne il primo a sinistra, probabilmente Tommaso che non era presente alla prima apparizione del risorto e non ha voluto credere alle parole degli altri apostoli, sono d’oro per significare la partecipazione completa alla gloria divina.
Sullo sfondo c’è Gerusalemme, la Gerusalemme terrestre e quella celeste:
Quale gioia, quando mi dissero: “Andremo alla casa del Signore!”.
Già sono fermi i nostri piedi alle tue porte Gerusalemme!
Gerusalemme è costruita come città unita e compatta.

È là che salgono le tribù, le tribù del Signore, secondo la legge d’Israele, per lodare il nome del Signore.
Là sono posti i troni del giudizio, i troni della casa di Davide. Sal 121
Gesù mantiene la promessa fatta agli apostoli e a quelli che hanno rinunciato per amore suo alla propria vita: “Allora Pietro prendendo la parola disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo?». E Gesù disse loro: «In verità vi dico: voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna.” Mt 19,27-29
 

Paolo Matacchioni